Il nuovo cannabinoide HHC.

Con la sigla HHC si definisce un cannabinoide chiamato esaidrocannabinolo, presente in piccole quantità nei semi e nel polline della pianta di cannabis sativa, ma nel nostro caso non parliamo del composto presente naturalmente nella pianta, bensì di quello sintetizzato in laboratorio dall’idrogenazione di cannabinoidi naturali, processo che fa sì che questa sostanza venga spesso definita come un cannabinoide semi-sintetico.

Anche se è solo negli ultimi tempi che si sente molto parlare di questo composto, in realtà non è nulla di recente, anzi, è stato sintetizzato per la prima volta già nel 1944 dal chimico americano Roger Adams, utilizzando un processo definito appunto come idrogenazione, con il quale ha aggiunto idrogeno al cannabinoide naturale delta-9-THC. A dire il vero, in tutti questi anni l’HHC è stato messo da parte, e solo di recente si è cominciato a parlarne in concomitanza con il fatto che diversi produttori abbiano iniziato a venderlo come alternativa al THC, oppure come versione idrogenata del CBD per quanto riguarda la cannabis legale.

Gli effetti dell’HHC

La molecola di HHC dal punto di vista della struttura presenta diverse somiglianze con quella di THC, e l’unica differenza sta nel fatto che la prima contenga degli atomi di carbonio idrogenati, un legame carbonio in più e un estere. Queste differenze, secondo alcuni studiosi, fanno in modo che l’HHC sia un composto più stabile, ma al contrario le somiglianze tra i due composti fanno in modo che gli effetti dell’HHC siano simili a quelli del THC, poiché le somiglianze strutturali gli permettono di legarsi sia ai recettori CB1 sia ai recettori CB2.

Trattandosi di un composto nuovo sul mercato, non esistono molti studi riguardanti gli effetti e i benefici dell’HHC, ma per l’appunto si può dire che gli effetti che questa molecola ha sull’organismo sono simili a quelli del THC proprio per le somiglianze strutturali che si possono osservare tra i due composti. Dunque, legandosi ai recettori CB1 e CB2 l’HHC induce diversi tra gli effetti che possono essere indotti anche dal THC, come euforia, alterazioni della percezione della realtà e dell’umore, spossatezza, fame, senso di ebbrezza e aumento del piacere sensoriale.

Allo stesso modo, però, bisogna considerare che come non ci sono studi sugli effetti benefici dell’HHC non ce ne sono nemmeno che riguardino i suoi possibili effetti collaterali. Quindi, qualsiasi notizia in merito è puramente aneddotica, ma per ora si può dire che non ci siano state segnalazioni su una presunta tossicità di questo composto.

L’HHC è legale?

Una volta che ci si trova ad aver descritto l’origine di questo cannabinoide e i suoi effetti, viene spontaneo chiedersi se questo sia legale o meno. A questo proposito, la questione è in realtà piuttosto dibattuta, poiché molti rivenditori e produttori lo presentano come un’alternativa legale al THC, poiché da un lato si ricava da esso, e dall’altro si ha che comunque l’HHC sia presente nelle piante di canapa, seppur in basse concentrazioni, e per questo motivo possa essere considerato un derivato naturale della pianta.

Tuttavia, sappiamo che la legislazione su questo tipo di sostanze cambia in molte parti del mondo, e comporta diverse clausole spesso di non facile interpretazione. Ad esempio, se si considera l’HHC come analogo del THC secondo la legge americana, questa sostanza sarebbe illegale e soggetta al Federal Analogue Act, ma per quanto invece riguarda l’Unione Europea, non c’è una normativa internazionale in merito, e dunque sta ai singoli Paesi legiferare sulla legalità di questo genere di sostanze.

Per la legge italiana, così come per le leggi di diversi altri Stati europei, vengono considerate infiorescenze legali i derivati della canapa che contengono una percentuale di THC inferiore ad un certo valore, e quindi se l’HHC rispettasse questo requisito potrebbe tecnicamente essere considerato legale. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che mancano degli studi scientifici accreditati su questo composto, ed è dunque difficile dare una risposta certa per quanto riguarda i suoi benefici e la sua legalità secondo le norme vigenti, studi che invece sono stati effettuati in abbondanza sul cannabinoide naturale riconosciuto dalla sigla CBD, che ad oggi rimane l’unico prodotto derivante dalla canapa legale e che possiede comprovati effetti benefici sull’organismo.

Un composto della cannabis blocca la replicazione del coronavirus nelle cellule. Il cannabidiolo (CBD) è in grado di inibire la replicazione di Sars-Cov-2 in modelli murini e in test di laboratorio con cellule epiteliali di polmoni umani.

Un composto non psicoattivo contenuto nella cannabis e noto anche come CBD, ha fornito una prova diretta della capacità di bloccare la replicazione del coronavirus Sars-Cov-2. I test, condotti sia in modelli murini in vivo, sia in esperimenti di laboratorio con cellule polmonari umane, hanno dimostrato che il CBD (e il suo metabolita, 7-OH-CBD) sono in grado di inibire efficacemente il processo di replicazione virale, agendo dopo l’ingresso del virus nelle cellule attraverso un meccanismo in grado di interferire con l’espressione genica virale, ovvero il processo attraverso cui le informazioni contenute nel genoma del virus vengono tradotte in molecole funzionali.La scoperta, descritta in un articolo pubblicato su Science Advance, arriva dopo che un’analisi condotta dallo stesso gruppo di ricerca ha rivelato che le persone che assumevano olio di CBD come trattamento per l’epilessia risultavano positive al coronavirus con frequenza significativamente inferiore rispetto alle persone che non assumevano CBD. Ciò non significa che necessariamente il CBD riduca il rischio di infezione, in quanto per avere certezza di questa condizione sono necessarie più ricerche che confermino tale efficacia. Tuttavia, i ricercatori ritengono che quanto finora osservato sia abbastanza promettente per passare da una fase preclinica di valutazione a un protocollo sperimentale per lo studio clinico del CBD nella profilassi e nel trattamento dell’infezione da Sars-Cov-2 nell’uomo.

Tornando alla scoperta del meccanismo alla base dell’inibizione della replicazione virale, i ricercatori hanno chiarito che il CBD “agisce sovraregolando la risposta allo stress del reticolo endoplasmatico (ER) dell’RNasi ospite e le vie di segnalazione dell’interferone”. Questo effetto è stato osservato utilizzando tre diverse varianti di Sars-Cov-2, nei confronti delle quali è stata misurata l’attività antivirale del CBD e del suo metabolita in laboratorio. “Nessuno avrebbe mai pensato che il CBD bloccasse la replicazione virale, ma è quello che ha fatto” ha affermato la professoressa Marsha Rich Rosner dell’Università di Chicago e co-autrice corrispondente dello studio.
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La sperimentazione preclinica portata avanti dagli studiosi ha inoltre evidenziato che il trattamento di una settimana con CBD ha permesso di sopprimere l’infezione da Sars-Cov-2 nei topi, supportando la possibile associazione rilevata dall’analisi dei dati clinici di 1.212 pazienti della National Covid Cohort Collaborative, una partnership attiva negli Stati Uniti che mette a disposizione degli studiosi le informazioni cliniche relative al Covid per ricerca sui diversi aspetti legati alla pandemia. Quest’analisi, focalizzata a valutare i tassi di infezione nei pazienti che assumevano farmaci a base di CBD per l’epilessia, ha evidenziato che la positività è stata riscontrata in una percentuale significativamente inferiore di persone (6,2%) che utilizzavano medicinali con CBD rispetto a coloro che non assumevano tali farmaci (8,9%).

Ad ogni modo, i ricercatori hanno sottolineato che questi risultati dovrebbero essere considerati come preliminari e che il CBD non può certo essere considerato un sostituto né dei vaccini né delle attuali misure di sanità pubblica. Gli studiosi hanno inoltre evidenziato che i prodotti a base di CBD disponibili in commercio non rispecchiano l’elevata purezza e l’alta concentrazione del cannabidiolo utilizzato nell’ambito dello studio preclinico e nei test di laboratorio. “Andare a comprare dei muffin al CBD o mangiare orsetti gommosi non serve probabilmente a nulla – ha aggiunto Rosner – . Per ora, i nostri sono risultati preliminari, anche se molto promettenti. E non vediamo l’ora di vedere cosa ci diranno gli studi clinici su questo argomento”.

CBD e Covid-19: il trattamento dei sintomi

CBD e Covid-19 - Cannabiscienza

CBD e Covid 19: mentre la pandemia da Covid-19 continua ad imperversare dovunque, la ricerca di metodi di cura e prevenzione efficaci prosegue senza sosta.

I dati di un studio recente mostrano che il Cannabidiolo (CBD), il principale componente non psicoattivo della Cannabis Sativa, potrebbe migliorare l’infiammazione e i danni respiratori associati al Covid-19.

Questo effetto del CBD sembrerebbe il risultato dell’interazione con una molecola presente nel nostro organismo, l’apelina, un peptide endogeno implicato, tra l’altro, nella regolazione dell’immunità centrale e periferica e nella regolazione della pressione sanguigna.

La normale influenza stagionale e l’infezione da Sars-Cov-2 (il virus responsabile della pandemia da Covid-19) hanno sia aspetti in comune che differenze, come recentemente sottolineato da un documento stilato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Tra le varie differenze, la principale è forse rappresentata dalla mancanza di terapie e di vaccini efficaci nel caso del Covid-19. Infatti, le situazione di maggior pericolo sembrano derivare dall’aumento dei ricoveri ospedalieri, con conseguente diminuzione dei posti letto disponibili, soprattuto in terapia intensiva.

Per questo motivo, la comunità scientifica tutta è impegnata nello sforzo di trovare rimedi anti-Covid efficaci. Anche la “comunità” della Cannabis si è mossa sin dall’inizio in questo senso e i risultati ottenuti sembrano fino ad ora promettenti.

Noi di Cannabiscienza abbiamo cercato di tenervi aggiornati sull’argomento. In un primo articolo abbiamo parlato dei benefici dei semi di canapa (Covid-19 e Sistema Endocannabinoide: 5 metodi per rinforzarci), poi vi abbiamo aggiornato sui primi studi sul Covid-19 riguardanti Cannabis e fitocannabinoidi (Cannabis e Covid-19: la ricerca continua) e recentemente abbiamo parlato dei risultati promettenti di una ricerca sull’efficacia del tetraidrocannabinolo (THC) nella sindrome da stress respiratorio acuto (ARDS).

Un nuovo studio, pubblicato sul Journal of Cellular and Molecular Medicine, ha mostrato che anche il CBD, che a differenza del THC non da effetti psicotropi, sembrerebbe efficace nel contrastare i sintomi indotti dal Sars-Cov-2, soprattutto l’abnorme risposta immunitaria e i problemi respiratori da ARDS, attraverso l’interazione con una molecola endogena chiamata apelina.

La Cannabis (Linnaeus, 1753) o canapa è un genere di piante angiosperme della famiglia delle Cannabaceae. Secondo alcuni comprende un’unica specie, la Cannabis sativa, la pianta storicamente più diffusa in occidente, a sua volta comprendente diverse varietà e sottospecie; secondo altri invece si distinguono tre specie, C. sativa, C. indica e C. ruderalis.[

Originaria dell’Asia centrale e sacra per la gente hindu, la pianta era indicata in sanscrito con i termini bhanga, vijaya e ganjika; in hindi, ganja. È generalmente accettata l’ipotesi secondo cui la canapa sia giunta nelle Americhe dopo Colombo; tuttavia alcuni scienziati hanno trovato residui di cannabis, tabacco e foglie di coca in numerose mummie (1500 d.C.) scoperte in Perù.

Descrizione

Illustrazione di Cannabis sativa

La canapa è una pianta erbacea a ciclo annuale la cui altezza varia tra 1,5 e 6 metri, anche se alcune sottospecie hanno altezze finali che variano tra 0,5 (ruderalis) e 5 (sativa) metri. Presenta una lunga radice a fittone e un fusto, eretto o ramificato, con escrescenze resinose, angolate, a volte cave, specialmente al di sopra del primo paio di foglie.

Le foglie sono picciolate e provviste di stipole; ciascuna di esse è palmata, composta da 5 a 13 foglioline lanceolate, a margine dentato-seghettato, con punte acuminate fino a 10 cm di lunghezza e 1,5 cm di larghezza; nella parte bassa del fusto le foglie si presentano opposte, nella parte alta invece tendono a crescere alternate, soprattutto dopo il nono/decimo nodo della pianta, ovvero a maturazione sessuale avvenuta (dopo la fase vegetativa iniziale, nota popolarmente come “levata”).

Le piante di canapa sono sia monoiche (utili per la produzione di semi a uso alimentare) sia dioiche. I fiori maschili (staminiferi) sono riuniti in pannocchie terminali e ciascuno presenta 5 tepali fusi alla base e 5 stami.

I fiori femminili (pistilliferi) sono riuniti in gruppi di 2-6 alle ascelle di brattee formanti corte spighe; ognuno mostra un calice membranaceo che avvolge strettamente un ovario supero e uniloculare, sormontato da due stili e due stimmi.

La pianta germina in primavera e fiorisce in estate inoltrata, quando le ore di luce diminuiscono (è stato dimostrato che la durata del periodo vegetativo è influenzata dal fotoperiodo cui le piante vengono sottoposte; l’unica specie di Cannabis la cui fioritura non dipende dal fotoperiodo è la Cannabis ruderalis, la cui fioritura avviene automaticamente dopo un periodo di crescita vegetativa variabile tra 21 e 30 giorni circa, e si protrae per un arco di tempo di 4-6 settimane). Il periodo di fioritura varia molto a seconda delle specie e delle varietà considerate: piante di C. sativa, originarie della fascia equatoriale, tendono ad avere una fioritura molto duratura, fino a 14-16 settimane e oltre in alcune varietà, mentre varietà di C. indica, che ha origine nella fascia subtropicale/temperata, solitamente richiedono circa 8-10 settimane per portare le infiorescenze a maturazione. L’impollinazione è anemofila (trasporto tramite il vento). In autunno compaiono i frutti, degli acheni duri e globosi, ciascuno trattenente un seme con un endosperma carnoso ed embrione curvo.

Ingrandimento del fiore femminile di Cannabis Sativa; ben evidenti sono i “cristalli” di resina

Il contenuto di metaboliti secondari vincola la tassonomia in due sottogruppi o chemiotipi a seconda dell’enzima preposto nella biosintesi dei cannabinoidi. Si distingue il chemiotipo CBD, caratterizzato dall’enzima CBDA-sintetasi che contraddistingue la canapa destinata a usi agroindustriali e terapeutici e il chemiotipo THC caratterizzato dall’enzima THCA-sintetasi presente nelle varietà di cannabis destinate a produrre inflorescenze e medicamenti. L’ibrido f1 manifesta la contemporanea presenza di entrambi i maggiori cannabinoidi CBD e THC confermando l’aspetto politipico della cannabis.

I preparati psicoattivi come l’hashish e la marijuana sono costituiti dalla resina e dalle infiorescenze femminili ottenute appunto dal genotipo THCA-sintetasi. Tale sottogruppo fu coltivato fino alla seconda metà del secolo scorso, nonostante fosse stato proibito negli anni ’20-’30 l’uso come medicina (ma affrontando la questione terapeutica nei casi previsti impiegando tinture o estratti fitogalenici). Tali genotipi, fino ad allora, erano, per così dire, “domesticati” (se confrontati con i valori odierni), venendo impiegati nella costituzione di ibridi altamente produttivi utilizzati in campo industriale.

Analogamente, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, furono selezionate dapprima in Francia, Polonia e Russia le varietà destinate a usi esclusivamente agroindustriali, ottenute dal genotipo CBDA-sintetasi, distinte da un contenuto ormai irrisorio (se riferito ai valori originari) sia del metabolita specifico sia dei cannabinoidi minori. Ad oggi, la Commissione Europea ha creato una lista di 66 varietà coltivabili sul territorio europeo purché il contenuto di THC non sia superiore allo 0,2%

Storia

Prove dell’utilizzo della cannabis si hanno fin dai tempi del Neolitico, testimoniate dal ritrovamento di alcuni semi fossilizzati in una grotta in Romania. Il più antico manufatto umano ritrovato è un pezzo di stoffa di canapa risalente all’8000 a.C. La cannabis fornisce da millenni un’ottima fibra tessile, e principalmente per questo cominciò a essere coltivata in epoche storiche antiche, in Asia e in Medio Oriente. Già nel XVI secolo si cominciò a coltivarla nell’Inghilterra orientale, ma la sua produzione commerciale si iniziò in Occidente nel XVIII secolo. La fibra di canapa è stata per centinaia di anni la materia prima per la produzione di carta, ma dalla metà del Novecento, con l’avvento del proibizionismo, l’uso delle fibre della canapa è notevolmente ridotto.

Da Istituzioni scientifiche e tecniche di Agricoltura di Berti Pichat: la maciulla impiegata in Boemia per accelerare il lavoro tradizionalmente realizzato con mazze o grametto, la più primitiva delle macchine per separar la fibra dal midollo, operazione che chiude il ciclo della coltura. Biblioteca Nuova terra antica

La coltura della canapa per usi tessili ha un’antica tradizione in Italia, in gran parte legata all’espandersi delle Repubbliche marinare, che l’utilizzavano grandemente per le corde e le vele delle proprie flotte di guerra. La tradizione di utilizzarla per telerie a uso domestico è molto antica, e oggetti di artigianato che continuano a essere prodotti ancora oggi sono per esempio le tovaglie di canapa, tipiche della Romagna, decorate con stampi di rame nei due classici colori ruggine e verde. Le repubbliche marinare iniziarono a commercializzare la canapa con le città anseatiche. Uno dei primi commercianti ad importare questo prodotto nel nord Europa fu Ronald Guternbach, un noto commerciante e politico di Lubecca del XIII secolo.

La coltivazione della pianta negli Stati Uniti risale probabilmente al XVIII secolo; una delle prime testimonianze in proposito è nel diario di George Washington (1765), dal quale risulta che egli personalmente coltivava piante di canapa.

Il Radicale 200 (麻 o má), il carattere cinese per indicare la canapa, raffigura due piante poste sotto una tettoia. L’uso di cannabis a Taiwan risale ad almeno 10.000 anni fa

Per quanto riguarda l’uso psicotropo, fumatori di cannabis dell’antichità furono popolazioni Hindu di India e Nepal. Nei Paesi arabi la resina della pianta di canapa fu consumata per secoli per le sue proprietà di alterazione della mente, in particolare dagli Hashashin, presenti in Siria. Il termine Hashashin dall’Arabo significherebbe “dediti al Hashish” o “fumatore di hashish”.

La cannabis fu anche utilizzata dagli Assiri, che ne appresero le proprietà psicoattive dagli Arii e grazie a essi, fu fatta conoscere e utilizzare anche a Sciti e Traci, che cominciarono a farne uso anche durante i loro riti religiosi. L’imperatore Shen Nung, padre della medicina cinese, includeva la canapa nella sua farmacopea, uno dei più antichi testi di medicina e prima descrizione di questa erba, datata 2700 a.C. La cultura cinese si interessò principalmente alle potenzialità curative, tralasciando quelli che erano i risultati secondari causati dalla sua assunzione. Era usata principalmente sotto forma di bevanda per curare patologie dolorose interne, mentre sotto forma di fumo se ne faceva uso per la cura del mal di denti, di pustole o di lacerazioni al cavo orale. Nel 2003 fu ritrovata in Cina una borsa di pelle contenente alcune tracce di cannabis e semi risalenti a 2.500 anni fa.

Le ripetute migrazioni delle popolazioni nomadi dell’Asia ne favorirono la diffusione nel medio oriente, nel mediterraneo, e infine nell’Europa occidentale. Alcune fonti ne hanno fatto risalire l’uso in Grecia già nell’800 a.C. Lo storico greco Erodoto nel V secolo a. C. racconta che presso gli Sciti, popolazione nomade indo-iraniana, quest’erba veniva spesso passata in giro e fumata nei banchetti e durante le cerimonie funebri, per mettere allegria.

Nell’Europa centrale, ancor prima dell’espansione dell’Impero romano, la cannabis era già coltivata e usata nelle isole britanniche dalle tribù dei Celti e dei Pitti (III- IV sec a.C.). Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia menziona le proprietà terapeutiche dell’erba, e ulteriori riferimenti si possono trovare nell’Antica Juliana del medico Nerone Discoprite. Nel Medioevo l’uso proseguì lecitamente sino al 1484, quando una bolla papale ne vietò l’uso ai fedeli.

Nell’Ottocento l’uso dell’hashish in Europa divenne una vera e propria moda: introdotto dallo psichiatra francese Jacques-Joseph Moreau, che nel 1840 descrisse gli effetti della droga in una relazione scientifica dopo averla provata su di sé, si diffuse ben presto specie negli ambienti artistici di quel tempo; tanto che a Parigi nacque il Club des Hashischins frequentato da poeti e scrittori come Victor Hugo, Alexandre Dumas, Charles Baudelaire, Honoré de Balzac e Théophile Gautier.

Ganja è il termine in antica lingua sanscrita per la cannabis, oggi associato soprattutto alla cultura creolo-giamaicana, che lo utilizza per indicare la marijuana, ritenuta dai Rastafariani importante per la meditazione e la preghiera. Tale interpretazione ha trovato ulteriori conferme negli studi dell’antropologa Sula Benet che ritiene di aver trovato riferimenti a un uso sacrale della cannabis nella bibbia laddove si parla di kaneh bosm «canna odorosa» (קְנֵה בֹשֶׂם).

In Europa l’uso della cannabis come sostanza psicoattiva è abbastanza recente, probabilmente dovuto al fatto che in Europa si diffuse maggiormente la specie Cannabis sativa mentre la Cannabis indica, più ricca di principi attivi stupefacenti, è entrata in Europa molto più tardi, nell’Ottocento, forse grazie a Napoleone, interessato alla proprietà di questa pianta di alleviare il dolore e per i suoi effetti sedativi.

Coltivazione

In passato la coltivazione agricola della canapa era molto diffusa nelle zone medio-europee, per la sua facilità a crescere anche su terreni difficili da coltivare con altre specie di piante (terreni sabbiosi e zone paludose nelle pianure dei fiumi), e per la grande quantità di prodotti che se ne ricavavano: soprattutto fibre tessili, carta e corde dai fusti, olio dalla spremitura dei semi, e mangime e altri prodotti commestibili per il bestiame produttivo dalle foglie e dai semi.

Durante i secoli del trionfo della vela e delle grandi conquiste marittime europee la domanda di tele e cordami assicurò la straordinaria ricchezza dei comprensori la cui fertilità assicurava le canape di qualità migliori per l’armamento navale. Eccelsero tra le terre da canapa Bologna e Ferrara. Testimonia la vitalità dell’economia canapicola felsinea il maggiore agronomo bolognese del Seicento, Vincenzo Tanara, con una lunga, accurata descrizione della tecnica colturale.[29] Grazie alla qualità delle sue canape l’Italia, secondo produttore mondiale, assurse a primo fornitore della marina britannica. Con la diffusione delle navi a carbone cominciò il tramonto della produzione, causando nelle province canapicole una lenta ristrutturazione di tutte le rotazioni agrarie che durò un secolo.[30]

Dopo la colonizzazione dell’India e la rivoluzione agricola negli stati meridionali dell’America del Nord, l’aumento della produzione di tessili di cotone e juta, meno costosi, provocò un’ulteriore diminuzione della coltivazione della canapa. Dopo la prima guerra mondiale le corde di sostanze sintetiche sostituirono pian piano le corde di canapa e si sviluppò la tecnica per produrre carta dal legno.

Durante la seconda guerra mondiale, la produzione medioeuropea e mediterranea aumentava velocemente, perché le fibre tessili e gli oli sativi erano più costosi. In più, esisteva l’esigenza di materie prime contenenti molta cellulosa da cui poter ricavare esplosivi ottenuti producendo nitrocellulosa.

Il proibizionismo commerciale

Negli anni trenta ci fu un rinnovato interesse per gli usi industriali della canapa: vennero studiati nuovi materiali ad alto contenuto di fibra, materie plastiche, cellulosa e carta di canapa. Con l’olio si producevano già in grande quantità vernici e carburante per auto. In quegli anni il magnate dell’automobile Henry Ford costruì un prototipo di automobile (la cosiddetta Ford Hemp Body Car[31]) in cui parte della carrozzeria era realizzata in fibra di canapa rendendo l’auto molto più leggera della media delle auto allora diffuse. Inoltre il motore funzionava a etanolo di canapa. Negli anni trenta la tecnologia eco-sostenibile della canapa appariva quindi in grado di fornire materie prime a numerosi settori dell’industria.

Tali presupposti non furono però confermati, si sarebbero invece costituiti interessi che si contrapponevano all’uso industriale della canapa. In particolare, la carta di giornale della catena Hearst era fabbricata a partire dal legno degli alberi con processi che richiedevano grandi quantità di solventi chimici a base di petrolio, forniti dalla industria chimica Du Pont. La Du Pont e la catena di giornali Hearst si sarebbero quindi coalizzate e con una campagna di stampa durata anni. La cannabis, da allora chiamata con il nome di “marijuana”, venne additata come causa di delitti efferati riportati dalla cronaca del tempo. Il nome messicano “marijuana” era stato probabilmente scelto al fine di mettere la canapa in cattiva luce, dato che il Messico era allora un paese “nemico” contro il quale gli Stati Uniti avevano appena combattuto una guerra di confine. “Marijuana” era un termine sconosciuto negli USA, l’opinione pubblica non sarebbe stata adeguatamente informata del fatto che il farmaco dalle proprietà rilassanti chiamato “cannabis” corrispondesse alla “marijuana”. Nel 1937 venne quindi approvata una legge che proibiva la coltivazione di qualsiasi tipo di canapa, incluso a scopo industriale o medicamentale. Da allora negli USA e nel resto del mondo sono state arrestate centinaia di migliaia di persone per reati connessi al consumo, alla coltivazione o alla cessione di canapa. Un effetto del proibizionismo è stato quello di ridurne l’uso medico e industriale.

Effetti del proibizionismo al giorno d’oggi

È stato ipotizzato da alcuni che il mercato illegale della cannabis britannico sia dominato da varietà estremamente ricche in THC, fino a 4 volte i livelli normali, ovvero fino a una concentrazione del 30% (si veda teoria del 16 percento in tal senso), ma nel settembre del 2007 studi non ancora pubblicati dell’università di Oxford, ma anticipati dal Professor Iversen[32][33] asseriscono che, per quanto riguarda il mercato della cannabis britannica, i contenuti in THC della droga in vendita non sono in media superiori al 14%, ovvero sono solo raddoppiati dal 1995 al 2005, e che il campione con il più elevato tenore di THC non supererebbe il 24%, screditando così la precedente ipotesi. A facilitare il percorso verso percentuali più elevate è stata la tecnica di coltura indoor, che permette di ottimizzare la qualità del prodotto. Infatti, non è detto che non esistano varietà molto più ricche in THC, ma esse non sono dominanti sul mercato e probabilmente sono limitate a una fetta più ristretta del mercato. A questo si aggiunge un miglioramento delle tecniche di ibridazione che permettono di avere semi dal patrimonio genetico stabile.

Materia prima per tessili e carta

Fibre di canapa

Le fibre (tuttora utilizzate dagli idraulici come guarnizione) per migliaia di anni della civiltà umana sono state importanti mezzi per la produzione di tessili e corde. Per centinaia di anni (e fino a 50 anni fa) sono state la materia prima per la produzione di carta. Oggigiorno sono disponibili varietà selezionate di cannabis libere da principi psicoattivi, liberamente coltivabili in alcuni stati per usi tessili.

Composizione chimica

La resina può contenere a seconda dei casi fino a 60 cannabinoidi, 100 terpenoidi, 20 flavonoidi.

Cannabinoidi

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Cannabinoidi e Delta-9-tetraidrocannabinolo.

La struttura chimica dei cannabinoidi può essere descritta come quella di un terpene unito a un resorcinolo a sostituzione alchilica, oppure come quella di un sistema ad anello benzopiranico. Le due descrizioni implicano anche una nomenclatura differente, con la prima il principale cannabinoide viene definito come delta-1-tetraidrocannabinolo (delta-1-THC) mentre con la seconda diventa delta-9-THC (entrambi chiamati più semplicemente THC).

I cannabinoidi finora riscontrati si possono dividere in “tipi” chimici (tra parentesi l’abbreviazione e il numero di composti):

  • tipo cannabigerolo (CBG; 6);
  • tipo cannabicromene (CBC; 5);
  • tipo cannabidiolo (CBD; 7);
  • tipo delta-9-THC (D-9-THC; 9);
  • tipo delta-8-THC (D-8-THC; 1, prob. artefatto);
  • tipo cannabinolo (CBN; 1, prob. artefatto);
  • tipo cannabinodiolo (prob. artefatto);
  • tipo cannabiciclolo (3);
  • tipo cannabielsoino (5);
  • tipo canabitriolo (9);
  • tetraidrocannabivarina (THCV)

Contenuto in THC

Il contenuto di THC è molto variabile, con una forbice che va dallo 0,2% a circa il 25% (sebbene coltivatori esperti e professionisti del settore possono ottenere percentuali maggiori). Sono diversi i fattori che determinano la percentuale di THC prodotto da una pianta, in primis troviamo varietà, metodi e luogo di coltivazione, scopo ultimo della coltivazione.

Terpenoidi

Principali: beta-mircene; beta-cariofillene; d-limonene; linalolo; pulegone; 1,8-cineolo; alfa-pinene; alfa-terpineolo; terpinen-4-olo; p-cimene; borneolo; delta-3-carene; beta-farnesene; alfa-selinene; fellandrene; piperidina.

Flavonoidi

Principali: apigenina; quercetina; cannaflavina.

Proprietà farmacologiche

Logo di distributore, Stati Uniti, 1917

Al di là delle controversie sull’uso della canapa come stupefacente, va considerato che essa è stata per migliaia di anni un’importantissima pianta medicinale, fino all’avvento del proibizionismo della cannabis. A ogni modo negli ultimi decenni si è accumulato un certo volume di ricerche sulle attività farmacologiche della cannabis e sulle sue possibili applicazioni.

Il più noto promotore, nonché studioso, degli usi terapeutici della pianta di cannabis e della sua decriminalizzazione è il prof. Lester Grinspoon, psichiatra e professore emerito dell’Università di Harvard. Negli Stati Uniti, Lester Grinspoon chiarisce come la cannabis sia uno dei farmaci conosciuti meno tossici, e suggerisce di alleggerire le politiche repressive nate da interessi economici contrapposti a quelli scientifici.[34]

Il più famoso attivista antiproibizionista è stato forse l’americano Jack Herer, autore del best seller del 1985 The Emperor Wears No Clothes.

Una meta-analisi del 2000 (che analizza tutti gli studi clinici pubblicati fino al 2000) conclude che la cannabis è efficace nel dolore neuropatico e spastico, meno in altri tipi di dolore. Ma successivi studi clinici hanno mostrato effetti significativi anche nel dolore tumorale, e hanno confermato l’ottima attività per il dolore neuropatico e per i sintomi dolorosi nella sclerosi multipla (spasticità, sintomi della vescica, qualità del sonno).

Nel 2007, presso l’Ospedale di Rotterdam, è stato verificato che nella terapia di malati di cancro il consumo di canapa (consumata anche come tisana) non interferisce con i farmaci anticancro più comunemente utilizzati.[35] Gerarchia delle possibili indicazioni terapeutiche

  • Effetti stabiliti da studi clinici contro: nausea e vomito, anoressia e cachessia, spasticità, condizioni dolorose (in particolare dolore neurogeno)
  • Effetti relativamente ben confermati contro: disordini del movimento, asma e glaucoma
  • Effetti meno confermati contro: allergie, infiammazioni, infezioni, epilessia, depressione, disordini bipolari, ansia, dipendenza, sindrome d’astinenza
  • Effetti allo stadio di ricerca contro: malattie autoimmuni, cancro, neuroprotezione, febbre, disordini della pressione arteriosa.

Sono anche numerose le testimonianze di coloro che sono riusciti a superare la dipendenza dall’alcol o dalla cocaina grazie all’utilizzo della cannabis [4], che a differenza delle precedenti sostanze non porta a una dipendenza fisica confrontabile, ad esempio, con quella generata dalla nicotina.

Si stanno inoltre testando nel mondo farmaci che contengono una versione sintetica di alcuni dei principi attivi della cannabis (dronabinol, HU-210, levonantradolo, nabilone, SR 141716 A, Win 55212-2), ma questi per ora hanno mostrato molti più effetti collaterali e svantaggi rispetto alla pianta naturale.
Il Canada, il 20 giugno 2005, è stato il primo paese ad autorizzare la messa in commercio di un estratto totale di cannabis sotto forma di spray sublinguale Sativex standardizzato per THC e CBD, per il trattamento del dolore neuropatico dei malati di sclerosi multipla e cancro. Nel 2006 il Sativex è stato approvato negli Stati Uniti per essere sottoposto a studi clinici di Fase III per dolore intrattabile in pazienti con tumore.

Meccanismi d’azione

I cannabinoidi si legano a specifici recettori (recettori CB, di tipo 1 e 2) nel sistema cannabinergico, un sistema legato alla presenza di cannabinoidi endogeni o endocannabinoidi. I recettori CB1 e CB2 sono distribuiti in maniera molto differente, con i CB1 sostanzialmente concentrati nel sistema nervoso centrale (talamo e corteccia, ma anche altre strutture) e i CB2 sostanzialmente nelle cellule del sistema immunitario. Il legame dei cannabinoidi ai recettori CB1 causa un’inibizione presinaptica del rilascio di vari neurotrasmettitori (in particolare NMDA e glutammato), e una stimolazione delle aree della sostanza grigia periacqueduttale (PAG) e del midollo rostrale ventromediale (RVM), che a loro volta inibiscono le vie nervose ascendenti del dolore. A livello del midollo spinale il legame dei cannabinoidi ai recettori CB1 causa un’inibizione delle fibre afferenti a livello del corno dorsale, e a livello periferico il legame dei cannabinoidi con i recettori CB1 e CB2 causa una riduzione della secrezione di vari prostanoidi e citochine proinfiammatorie, la inibizione di PKA e C e del segnale doloroso. Inoltre è stato dimostrato che il THC interagisce con il sistema endorfinico e in particolare con i recettori oppioidi μ1, causando il rilascio di dopamina nel nucleus accumbens e generando la tipica sensazione di piacere cannabinoide.

Psicoattivo

Una pianta femminile 8 settimane dopo l’inizio della fioritura

Come sostanza psicoattiva vengono usate solo alcune parti, prevalentemente i fiori femminili (marijuana) e la loro resina (hashish) fumati, inalati o ingeriti. Il principale agente psicoattivo della cannabis è il THC. La temperatura elevata raggiunta durante la cottura o la combustione provoca la decarbossilazione dell’acido tetraidrocannabinoico in delta-9 THC, aumentando la quantità assorbita di quest’ultimo.

L’hashish preparato per scopi commerciali contiene un’elevata quantità di sostanze variabili (naturali e non) allo scopo di aumentarne il peso per trarre maggiore profitto. Le sostanze assunte con l’uso della cannabis hanno un effetto “dispercettivo” che amplifica le sensazioni, e gli effetti dell’assunzione sono dunque molteplici. Tra quelli più frequentemente descritti si possono elencare: una sensazione di benessere, ilarità, maggiore coinvolgimento nelle attività ricreative, alterazione della percezione del tempo e assenza di atti aggressivi o reazioni violente (al contrario dell’alcool). La generale intensificazione delle sensazioni e delle emozioni può comprendere anche quelle legate a situazioni o pensieri spiacevoli, normalmente tollerabili o inconsci e può determinare, in questi casi, stati fortemente ansiosi, atteggiamenti e pensieri paranoici, limitatamente alla durata dello stato di intossicazione. Uno studio su circa 1.300 pazienti del Maryland non ha rilevato differenze in declino cognitivo fra consumatori leggeri, consumatori assidui e non-utilizzatori di cannabis.

Nel marzo 2007, la rivista scientifica The Lancet ha pubblicato uno studio dal quale si evince la minore pericolosità della marijuana rispetto ad alcool, tabacco o benzodiazepine: ricerche confermano questo studi]. Non esistono casi documentati di overdose dovuta all’abuso di questa sostanza, in quanto il THC ha una tossicità estremamente bassa e i metodi di assunzione più utilizzati non consentono di assorbirne una quantità così elevata; il rapporto tra la dose letale e quella necessaria per saturare i recettori è di 1.000:1. Una ricerca del professor David Nutt dell’Università di Bristol, presidente del comitato britannico che svolge il ruolo di consulente governativo in materia di droghe, conferma la minore pericolosità della cannabis rispetto ad alcool e tabacco.

Studi sugli effetti antitumorali del THC

Animazione tridimensionale di una molecola di THC.

Uno studio pubblicato nell’edizione dell’aprile 2009 del Journal of Clinical Investigation, condotto all’Università Complutense di Madrid, ha dimostrato che il principio attivo THC potrebbe avere effetti antitumorali.

I ricercatori hanno iniettato una dose quotidiana di THC in topi di laboratorio nei quali erano stati sviluppati tumori e hanno constatato un processo di autodistruzione per autofagia delle cellule cancerogene. La somministrazione di THC, secondo l’équipe responsabile dello studio, guidata dal professor Guillermo Velasco, ha ridotto di oltre l’80% la crescita dei tumori derivati da vari tipi di cellula.

Un esperimento clinico condotto dall’équipe di Velasco, con iniezioni intracraniche di THC per 26-30 giorni, su due pazienti colpiti da un tumore aggressivo al cervello ha mostrato un processo di morte delle cellule tumorali.

Molti altri studi pubblicati su autorevoli riviste scientifiche mostrano come in diverse condizioni di studio cannabinoidi di diverso tipo siano in grado di ridurre la vitalità di diversi tipi di cellule colpite da cancro financo ad innescare meccanismi pro-apoptotici, interagendo contro di esse sia in modalità effettrice che interferente.

Alcuni studi mostrano come le preparazioni vegetali mostrino per molti versi maggiore efficacia rispetto alle molecole isolate.

Altri studi mostrano come in diversi casi l’effetto antitumorale possa variare a seconda dei cannabinoidi usati e delle concentrazioni eventualmente raggiunte nell’ambiente che circonda le cellule tumorali.

I primi studi scientifici nei quali si è potuto osservare con sufficiente confidenza tali caratteristiche anticancerogene risalgono al 1975.

Effetti palliativi

Fino agli anni settanta nella medicina popolare alcuni preparati erano utilizzati per gli effetti palliativi sotto citati.

  • I preparati sistemici (orale) hanno effetti distensivi, appetitostimolanti e leggermente anestetici ed euforizzanti.
  • I preparati topici (spalmati localmente) sono spasmolitici e analgesici e specialmente utilizzati per dolori cronici.

Si usava anche la resina come callifugo.

Usi

Prima dell’avvento del proibizionismo della cannabis le diverse varietà della canapa erano coltivate in tutto il mondo fin dall’antichità, e utilizzate in vari e numerosissimi campi: il fusto costituiva la materia prima per la produzione di carta[53], fibre tessili in genere (corde, abbigliamento, ecc.), fibre plastiche, e concimi naturali; nella medicina umana e veterinaria le foglie e soprattutto i fiori erano molto utilizzati per vari scopi fra i quali, ad esempio, l’uso antinfiammatorio e sostituivano in quel periodo molti dei farmaci presenti oggi sul mercato. Con la canapa si possono produrre anche cosmetici come creme, shampoo e saponi.

I cannabinoidi presenti sulla superficie della pianta hanno anche mostrato in laboratorio[54] di essere dei potenti antibatterici attivi contro diversi ceppi di Staffilococco Aureo resistente alla meticillina.

Uso industriale

Ulteriori utilizzi prima della proibizione sono stati fatti nella creazione di una delle prime automobili prodotte in serie (la Ford T del 1923)[senza fonte], un prototipo, detto Hemp Body Car, composto per più del 60% di materiali derivati dalla canapa. Perfino le case erano costruite in buona parte con prodotti derivati dalla cannabis (vernici, colle, mattoni, rivestimenti)[senza fonte].

I semi sono molto ricchi di acidi linoleici, vitamine e amminoacidi essenziali, e costituiscono un alimento completo; sono usati anche per la spremitura di un olio, l’olio di semi di canapa, che ha un uso alimentare, ma è valido anche come combustibile.

Con la proibizione della canapa il maggior uso della pianta nei paesi occidentali si è ridotto a quello ricreativo. Alcune varietà della pianta presentano infatti un’elevata percentuale di THCA, il cannabinoide non psicoattivo costituente gran parte del sistema immunitario della pianta il quale, se ingerito e/o sottoposto ad alte temperature degrada per decarbossilazione nel THC (psicoattivo). I cannabinoidi sono sostanze chimiche di origine naturale, biochimicamente classificati come terpenofenoli. Sono composti accomunati dalla capacità di interagire con i recettori cannabinoidi del corpo umano e degli altri animali.

Uso dei semi

Semi non ancora separati dalla pianta

I semi di canapa costituivano un ingrediente tradizionale di molte cucine orientali (ad esempio in Nepal) e di alcune zone della Russia, che li impiegavano in una sorta di farinata, tipicamente nei periodi di carestia. Il seme di canapa infatti fornisce all’uomo un altissimo nutrimento, tanto che poche fonti vegetali possono competere con il suo valore nutrizionale. La farina ricavata dalla macinazione del seme della canapa può essere usata anche per fare una pasta in tutto simile a quella di grano tenero, ma dal colore più scuro.

La composizione proteica del seme di canapa è a ogni modo unica nel regno vegetale, ed è tra le fonti vegetali più ricche di acidi grassi polinsaturi. Il 65% delle proteine sono globuline edestine; il contenuto di edestina, eccezionalmente alto, combinato con l’albumina, altra proteina globulare presente in tutti i semi, rende immediatamente disponibili tutti gli amminoacidi. Le proteine del seme di cannabis permettono poi di ottenere il massimo nutrimento per chi soffre di tubercolosi, e altre malattie che provocano un blocco del sistema digestivo.

Gli estratti di semi di canapa, come quelli di soia, possono essere insaporiti per avere il gusto di pollo, di carne di manzo, o di maiale, e possono essere usati per produrre una sorta di tofu, panna o margarina, a un costo inferiore di quello dei fagioli di soia. La germinazione di qualsiasi seme aumenta il suo valore nutrizionale, e anche il seme di canapa può essere maltato e usato come ogni altro nelle insalate o nelle ricette. Dai semi è possibile ricavarne il latte (con sapore simile alla nocciola) come i fagioli di soia. Possono infine essere macinati e usati come farina, oppure cotti, addolciti e mescolati con il latte per farne una nutriente colazione, simile alle creme di avena o di grano. Questo tipo di farinata è nota come gruel, cioè quasi una farinata d’avena.

Fornitore di olio

I semi contengono oltre a proteine e carboidrati – circa 30% – un olio molto ricco di acidi linolenici senza alcun effetto psicoattivo. L’olio ha un gusto fortemente linolico e viene ancora usato come olio speziato. È anche diffuso in molti prodotti cosmetici. Il sottoprodotto dei semi pressati per estrarre l’olio è un agglomerato altamente proteico. Questo agglomerato è stato uno dei principali mangimi per animali fino al secolo scorso. Il seme di canapa può fornire una dieta quasi completa per tutti gli animali addomesticati (cani e gatti), per molti animali da fattoria e il pollame, e permette il raggiungimento del loro massimo peso con un costo inferiore a quello dei mangimi impiegati. E senza bisogno di usare steroidi per la crescita artificiale e altri farmaci potenzialmente tossici.

Combustibile e utilizzo nel settore automobilistico

L’olio estratto dalla cannabis può essere utilizzato in alcuni tipi di motore, in particolare come biodiesel.

Nel 1937 Henry Ford creò la Hemp Body Car, in gran parte realizzata in canapa e alimentata a etanolo di canapa. Ford morì sei anni dopo e, nel 1955, la coltivazione della canapa venne proibita negli Usa, dunque la vettura non entrò mai in produzione.

Molti ritengono che la proclamazione di leggi proibizionistiche nei confronti della cannabis negli Stati Uniti prima della seconda guerra mondiale sia stata anche legata alla concorrenza tra la nascente industria chimico petrolifera e la possibilità di usare l’olio di questa pianta come combustibile. Questo è dimostrato anche dalla riduzione dei prezzi del petrolio al 50% operata proprio per fare concorrenza all’olio combustibile naturale, prezzo su cui si sono innestati i vari rialzi che hanno portato all’odierna offerta.

L’utilizzo della canapa nel settore automobilistico fu ripreso dalla casa inglese Lotus negli anni del 2000.

Etanolo di canapa

L’etanolo di canapa viene ricavato dal fusto della pianta fatto fermentare.[65][66]

Incroci e varietà a uso non tessile

Esiste una controversia filogenetica concernente il considerare tre specie distinte di cannabis (Cannabis sativa, Cannabis indica e Cannabis ruderalis) o una singola specie con più varietà. Molti studiosi oggi ritengono che si tratti di un’unica specie che varia il proprio fenotipo a seconda delle aree in cui cresce, dell’altitudine, delle caratteristiche del suolo, eccetera.

In questa chiave, la Cannabis varietas sativa è una pianta alta fino a oltre i 2 metri e stretta, con foglie dalle dita sottili, tipica di ambienti caldi come il Sudafrica, la Thailandia, lo Sri Lanka, l’America centro-meridionale, eccetera; la Cannabis varietas indica è invece una variante acclimatata ai rigidi ambienti di montagna come l’Himalaya, l’Afghanistan, il Pakistan (specie bassa, tozza, a forma di cespuglio, con foglie dalle dita molto grosse e contenuto di THC accentuato), mentre la Cannabis varietas ruderalis infine è una variante adattata ai lunghi e rigidi inverni russi, da cui la sua caratteristica specifica di scarso fotoperiodismo ovvero non dipendere dal numero di ore di luce giornaliero, per andare in fioritura (varietà autofiorente) come fanno invece la Cannabis sativa e indica, che sono piante annuali e che hanno bisogno di percepire l’arrivo dell’inverno e la conseguente riduzione di ore solari per fiorire.

Immagine che illustra le tre differenti varietà naturali di Cannabis

Gli effetti dei derivati di Cannabis sativa e Cannabis indica sono lievemente differenti fra loro, sia a causa della percentuale di THC, tetraidrocannabinoli, contenuta sia delle diverse concentrazioni, a seconda della specie, di altri cannabinoidi come il CBD, Cannabidiolo, che modificano il tipo di effetto percepito.

Per fare un semplice parallelismo, la Cannabis sativa potrebbe essere paragonabile in questo senso a un vino bianco, è più “leggera” e dà una sensazione soprattutto “mentale” e “cerebrale”, in grado generalmente di stimolare la creatività e l’attività; la Cannabis indica è paragonabile invece a un vino rosso, con il suo effetto più corposo, “ottundente” e “fisico”, che stimola in genere la meditazione e il rilassamento. La ruderalis poi, povera in THC, ha ottenuto successo nell’ambito della produzione di marijuana perché, incrociata appropriatamente con piante di indica e di sativa, è in grado di generare ibridi autofiorenti, che conservano le proprietà psicotrope di una linea genetica e acquisiscono le proprietà autofiorenti e di fioritura precoce tipiche della ruderalis, qualità apprezzabili nell’ottica della coltivazione indoor.

Tutte le specie (o varietà che siano) di cannabis possono infatti essere incrociate fra loro e generare semi che daranno vita a ibridi fertili. Questa possibilità permette di generare varietà ibride F1, incrociate a percentuale variabile fra indica e sativa, il che fa sì che si possano creare ulteriori ibridi fra le nuove sottospecie stabili, aprendo la possibilità a un enorme numero di combinazioni differenti esattamente come succede, ad esempio, nel mondo della selezione dei cani.

Ibridare due piante di varietà differenti e riuscire a stabilizzare la nuova varietà (permettere cioè che i caratteri dominanti e recessivi si mantengano poi inalterati ai discendenti se l’esemplare è accoppiato con uno della medesima varietà) consente di selezionare le caratteristiche preferite e dar luogo a innumerevoli varianti, diversissime per aspetto, proprietà organolettiche e psicotrope. Nei Paesi Bassi, dove l’industria della cannabis è in qualche misura tollerata, esistono infatti svariate aziende che offrono in vendita semi (legali anche in Italia in quanto non contenenti THC) di varietà differenti, ognuna con le proprie caratteristiche specifiche e il proprio corredo genetico. In genere le varietà 100% indica o 100% sativa sono sottospecie già presenti in natura come la Durban Poison e la Thai (piante di sativa) o la Ganja indiana e le varietà afghane (piante di indica).

Alcuni degli incroci più apprezzati prodotti da queste seed bank sono ad esempio “Skunk“, “White widow“, “Northern Lights”, “Cheese”, “AK-47”, “Orange Bud”, “Silver Haze“, “G-13”, “Hash Plant”, “Jack Herer”.

Va infine notato che l’erba più pregiata è sprovvista di semi (sinsemilla) in quanto non viene fatta impollinare dal maschio: la produzione di semi infatti priverebbe la pianta di energie e nutrienti necessari invece, ai fini del raccolto, per creare un maggiore quantitativo di resina. La marijuana comune che si trova in genere sul mercato è invece un’erba povera in THC e contenente di solito semi, coltivata senza cure botaniche particolari allo scopo di essere messa in commercio il prima possibile: gli incroci controllati di cui sopra vengono al contrario ibridati e coltivati generalmente da amatori o professionisti, i quali fanno impollinare solo le piante dalle quali vogliano poi ricavare ulteriori semi.

Parassiti

I principali parassiti della cannabis sono il ragnetto rosso e gli aleurodidi.

Il ragnetto rosso è un piccolo acaro che vive solitamente sulla lamina inferiore delle foglie, dove depone le sue uova e può arrivare a formare colonie molto numerose.

Gli aleurodidi, chiamati comunemente mosche bianche, secernono con il movimento delle ali una finissima polvere bianca che si può notare scuotendo la pianta. Le deiezioni delle larve tendono a coprire la lamina inferiore delle foglie, su cui vivono, facendo sì che esse assumano un aspetto lucido e colloso.

Eventi e manifestazioni

La Million Marijuana March di Madrid

  • Dal 1987 una volta l’anno, la terza settimana di novembre, la rivista statunitense High Times organizza nei Paesi Bassi la Cannabis Cup.
  • Dal 2004 la rivista olandese Highlife organizza anch’essa una competizione che si svolge annualmente in una città dei Paesi Bassi. La manifestazione fa tappa anche a Barcellona. L’evento, che prende il nome Highlife BCN,[76] ha toccato nel 2007 la quota di 18.000 visitatori.
  • Anche in Italia dal 2006 al Palanord di Bologna agli inizi di giugno si svolge Cannabis Tipo Forte, fiera internazionale della canapa medica e industriale.
  • Dal 1999, il primo sabato di maggio è organizzata una manifestazione in contemporanea in diverse città del mondo (più di 200) per la legalizzazione della marijuana chiamata Million Marijuana March.
  • Dal 2001 CannaTrade.ch è la fiera internazionale della canapa che si tiene annualmente in Svizzera. Dalla piccola fiera locale negli scorsi anni si è trasformata in un evento di rilevanza mondiale, incontro privilegiato del settore mondiale della canapa.
  • Dal 2003, il terzo venerdì di marzo, si svolge una volta all’anno lo “Spannabis” a Barcellona, una fiera dedicata interamente agli usi medici, industriali e ricreativi della cannabis e dei suoi derivati. “Spannabis” ospita oltre 100 espositori ogni anno provenienti da ogni parte del mondo e accoglie in media 10.000 visitatori all’anno.

Riferimenti normativi

IL CBD

CBD cannabidiolo: che cos’è? Proprietà curative ed effetti

CBD cannabidiolo: che cos’è? Proprietà curative ed effetti

Seconda sostanza più abbondante presente nella cannabis, il cannabidiolo (CBD) è un metabolita non psicotico: ha effetti rilassanti, antidistonici, anticonvulsivanti, antiossidanti, antinfiammatori, non crea alcuna assuefazione, ma vanta una vasta gamma di applicazioni terapeutiche validate dai risultati delle ricerche scientifiche.

Non a caso, negli ultimi anni, si è rinnovato sempre di più l’interesse della comunità scientifica per il potenziale terapeutico del CBD, che è oggi riconosciuto tra gli elementi principali della “Cannabis Terapeutica“, e che è già stato utilizzato in diversi studi per il trattamento di numerose patologie e disturbi della salute dell’organismo umano.

CBD Effetti: cos’è il cannabidiolo?

Introdotto quanto sopra, cerchiamo di approfondire passo dopo passo il tema di oggi, con una serie di paragrafi che – ne siamo certi – ti permetteranno non solamente di comprendere che cos’è il CBD Cannabidiolo, quanto anche quali siano le sue proprietà curative e i suoi effetti.

Per far ciò, iniziamo con il ricordare che la Cannabis sativa, o – genericamente – canapa, è una pianta appartenente alla famiglia delle Cannabaceae costituita da diverse sostanze cannabinoidi: il THC (tetraidrocannabinolo) e il CBD (cannabidiolo).

Il CBD è classificato dall’Unione Europea come prodotto alimentare ed è presente in piccole quantità in numerosi ceppi di marijuana. Tuttavia, in alcuni rari casi, il CBD può essere il cannabinoide dominante. A differenza del THC, il CBD è un cannabinoide molto stabile, non è sensibile all’ossidazione, non è psicoattivo e vanta molte proprietà medicinali. Agisce come antagonista competitivo del THC e ne limita la degradazione da parte del fegato, inibendo l’enzima citocromo P-450-3° e 2C e la competizione diretta con THC enzimi degradanti.

CBD e THC: quali sono le differenze?

Chiarito quanto precede, ricordiamo anche come nella Cannabis sativa i ricercatori abbiano identificato oltre 400 sostanze chimiche differenti e oltre 60 di queste appartengono alla famiglia dei cannabinoidi.

Il delta-9-tetraidrocannabinolo (THC) è il principio attivo più studiato, anche se non è assolutamente l’unico. I suoi effetti e le sue proprietà sono notevoli, considerato che diverse ricerche hanno dimostrato che tale principio attivo può migliorare le funzioni sensoriali come la vista, l’udito, la sensibilità al colore, e non solo. Tale principio può infatti incrementare l’eccitazione sessuale negli uomini e nelle donne, e può cambiare – entro certi limiti – anche la percezione dello spazio/tempo.

In aggiunta a ciò, il principio THC è utile per poter produrre una forte sensazione di euforia, per assicurare il benessere mentale e per “affinare” la mente incoraggiando la curiosità e la creatività. Il THC è anche noto per aumentare l’appetito interferendo con la leptina, responsabile dell’ormone della sazietà.

Rileviamo altresì, a completamento di questa parte introduttiva, come il THC abbia una relazione equivalente con i recettori CB1 e CB2 ed imita l’azione dell’anandamide, un cannabinoide naturale prodotto dal cervello umano.

Per quanto concerne gli usi medicali, il THC è un potente:

  • Neuroprotettivo: protegge dai problemi neurologici e dalla degenerazione cerebrale legata all’invecchiamento (Alzheimer …). il THC timola la neurogenesi, ovvero la creazione di nuovi neuroni.
  • Ansiolitico e antidepressivo: riduce i sintomi dell’ansia, con effetto euforico e rilassante.
  • Analgesico: riduce il dolore.
  • Antinfiammatorio: 20 volte più dell’aspirina e due volte quello dell’idrocortisone.
  • Antitumorale e antimetastatico: combatte alcuni tumori (leucemia, glioblastoma, carcinoma epatocellulare, colangiocarcinoma, carcinoma mammario HER2-positivo, etc.).
  • Antispasmodico: riduce gli spasmi e le convulsioni.
  • Antiemetico: riduce la nausea e il vomito, come quelli derivanti dal trattamento del cancro o dall’AIDS.
  • Antiossidante contro i radicali liberi responsabili dell’invecchiamento cellulare.
  • Broncodilatatore: aiuta gli asmatici a respirare.
  • Anti cachessia: stimola l’appetito e incoraggia a mangiare.

Inoltre, è adatto per il trattamento della sclerosi multipla (SEP), dell’apnea notturnadell’epilessia (riduzione della frequenza delle crisi), del glaucoma (riduce la pressione intraoculare) e combatte la malattia di Crohn. 

Attenzione, però. Se infatti quanto sopra è oramai accertato clinicamente, è anche vero che livelli di THC troppo elevati possono causare alcuni effetti collaterali come il disorientamento spazio – temporale, la perdita di memoria, la tachicardia, il nervosismo, l’ansia e la paranoia.

Per questo motivo, le persone con predisposizioni alla schizofrenia, al bipolarismo o all’ansia dovrebbero evitare di consumare le varietà di cannabis con alti livelli di THC, pur nella consapevolezza che questi effetti collaterali sono generalmente limitati dalla presenza di altri cannabinoidi come il CBN o il CBD.

Di contro, a differenza del THC, il cannabidiolo (CBD) è un cannabinoide non-psicoattivo, privo di effetti sul cervello ed è un efficace farmaco anticonvulsivante e analgesico.

Tra gli effetti CBD rileviamo come sia in grado di modulare l’azione del THC a livello cerebrale, prolungandone l’efficacia analgesica e limitandone gli effetti collaterali. L’intensità dei “cannabinoidi effetti” cannabis dipende principalmente dalla quantità di THC presente nella marijuana e dalla sua relazione con la quantità di CBD.

CBD: quali sono le proprietà curative più apprezzate?

A questo punto possiamo ulteriormente fare un passo in avanti nell’esplorazione del nostro tema, CBD effetti, per poter comprendere in che modo tali sostanze impattino sul nostro corpo in maniera percettibile.

Considerato ciò, non è certo errato affermare che il CBD agisce sul corpo principalmente mediante un potente effetto rilassante sui muscoli, avvertibile in misura chiara, inducendo uno stato di sedazione.

Il CBD agisce sul recettore CB1, CB2 e su altri recettori non cannabinoidi, come il 5-HT1A, amplificando il suo effetto ansiolitico. Ha lo stesso precursore metabolico del THC ed è il principale cannabinoide presente in varietà di cannabis con bassi livelli di THC.

Il CBD riduce fortemente alcuni degli effetti collaterali del THC, come la perdita di memoria, il nervosismo ed il disorientamento. Il cannabidiolo è un potente analgesico ed un antinfiammatorio, in grado di ridurre l’infiammazione.

Il CBD poseepropiedades è un potente antitumorale, antimetastatico ed è in grado di limitare la progressione di alcuni tumori (prostata, seno, colon, cervello …). È anche un potente ansiolitico e antidepressivo: riduce i sintomi dell’ansia e ha effetti rilassanti.

Ancora, segnaliamo come il cannabidiolo sia un antiemetico in grado di ridurre la nausea e il vomito, e sia un antipsicotico, aiuta a combattere la schizofrenia, i deliri e le allucinazioni. È efficace nel trattamento della sclerosi multipla (SEP) e della fibromialgia, è un potente miorilassante, aiuta a combattere l’insonnia, protegge dalla degenerazione cerebrale (morbo di Alzheimer e allevia l’artrite reumatoide. Sull’organismo umano il CBD agisce come:

  • Antiepilettico: riduce convulsioni e convulsioni.
  • Antidiabetico: abbassa i livelli di zucchero nel sangue.
  • Antispasmodico: previene spasmi e convulsioni.
  • Antiischemico: riduce il rischio di arterie ostruite.
  • Antibatterico: rimuove alcuni batteri, limitandone il movimento e la riproduzione (batteriostatica), in modo più efficace del THC.
  • Ipotensivo: riduce la pressione sanguigna.
  • Antiprocinetico: rallenta le contrazioni dell’intestino tenue, aiuta a combattere la malattia di Crohn (ma aumenta l’abituazione a Remicade) e la malattia dell’intestino irritabile.
  • Antiossidante contro i radicali liberi (il CBD è più antiossidante delle vitamine C o E).

Inoltre, riduce la voglia di fumare tabacco, stimola la crescita ossea e combatte l’acne e la psoriasi.

CBD blocca le metastasi?

Prima di giungere allo stato conclusivo del nostro approfondimento su CBD effetti vogliamo apportare una piccola integrazione su un noto e interessante studio condotto nel 2007 dall’équipe del California Pacific Medical Center, che avrebbe validato la tesi secondo cui il cannabidiolo potrebbe essere in grado di bloccare il gene che provoca la diffusione delle metastasi del cancro al seno, ma anche di altre forme tumorali.

In particolare, dai risultati della ricerca è emerso che il CBD contenuto nella marijuana potrebbe diventare una valida alternativa alla chemioterapia. Ma è davvero così?

Anche se autorevoli ricercatori (lo stesso Professor Umberto Veronesi ebbene modo di sottolineare a suo tempo come la “fonte universitaria sia molto seria”), la cautela deve essere massima e, soprattutto, non lasciare spazio a ventate di illusorio ottimismo.

Rimandando pertanto a fonti più autorevoli, rammentiamo in questo passaggio come l’oggetto della ricerca scientifica non fosse la “droga”, ma un composto di derivati della cannabis che potrebbero davvero “combattere il tumore al seno“.

In particolare, il cannabidiolo funzionerebbe bloccando l’attività del gene Id-1, ritenuto responsabile della “metastatizzazione“, argomenta Sean McAllister, ricercatore dell’équipe del California Pacific Medical Center. Da questo interessante studio, i ricercatori di altri atenei universitari hanno iniziato a sondare gli effetti del CBD sulle patologie tumorali. Cosa è emerso?

Il cannabidiolo potrebbe bloccare anche le cellule del tumore cerebrale aggressivo. Il CBD offrirebbe la speranza ai malati di cancro di seguire una terapia in grado di ottenere gli stessi risultati della chemioterapia senza gli effetti collaterali, come la nausea e il maggior rischio di infezioni. Burkhard Hinz, Docente dell’Università di Rostock in Germania, sottolinea che “nonostante siamo ancora lontani dal mettere in pratica la nostra scoperta in una terapia clinica, quello che emerge è che il cannabidiolo ha effetti potenzialmente terapeuticamente utili nella lotta ai tumori”. Si tratta di ricerche e studi che hanno dato buoni risultati e speranze, anche se i risultati dovranno essere seguiti da trial sull’uomo per valutare la sicurezza del cannabidiolo.

Effetti collaterali del CBD

Ma ci sono effetti collaterali del CBD o no?

Rimandando a quanto affermato da un noto rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, nell’uomo, il CBD non mostra effetti di potenziale dipendenza … Ad oggi, non vi sono prove di problemi relativi alla salute associati all’uso del CBD puro”.

Certo è che, però, livelli troppo elevati di CBD possono causare sedazione (sonnolenza), secchezza delle fauci, bassa pressione sanguigna e stordimento. Alcune ricerche suggeriscono che l’assunzione di alte dosi di cannabidiolo potrebbe peggiorare i movimenti muscolari e tremori nelle persone malate di Parkinson. Non producendo effetti psicotropi, il CBD è legale nella maggior parte dei paesi del mondo.

CBD legale: come assumerlo?

In commercio si possono acquistare diverse tipologie di prodotti a base di olio di Canapa e CBD. In ogni caso, la materia prima utilizzata per produrre gli estratti di CBD appartiene alle varietà di cannabis ammesse alle coltivazioni ad uso industriale e iscritte al registro comunitario europeo.

Cristalli di CBD

I cristalli sono la forma più pura del cannabidiolo: gli estratti di CBD subiscono varie fasi di trasformazione e di raffinazione fino a eliminare tutto ciò che non sia cannabidiolo puro. Una volta superata la soglia dell’80% di purezza del cannabidiolo all’interno dell’estratto, questo inizia a cristallizzare.

OG Kush Semi di Cannabis

I fumatori più esperti definiscono questa varietà di cannabis una delle più predilette e benefiche per il corpo e la mente. La caratteristica più evidente della OG Kush è il suo forte aroma leggermente agrumato e con un persistente retrogusto. Il fumo di OG Kush è avvolgente, balsamico, rilassante e induce i consumatori a sentirsi più concentrati su ciò che li circonda. Contribuisce al miglioramento dell’umore, del benessere sessuale e mentale.

Olio di CBD

Un altro prodotto reperibile online è l’olio di CBD, il cui estratto viene diluito con l’olio di canapa. Assunto per via sublinguale, l’olio di CBD può essere utilizzato come condimento e addizionato alle bevande che consumiamo quotidianamente. Inoltre, può essere ingerito sotto forma di capsule. A proposito di alimenti, perché non gustare una saporita tisana alla canapa?

Cannabidiolo da inalare (sigarette elettroniche)

Se inalato come liquido all’interno della sigaretta elettronica, il cannabidiolo è un modo efficace per assorbire velocemente i cannabinoidi, i cui effetti sono quasi istantanei. Subito dopo aver fumato una sigaretta si avverte una maggiore rilassatezza e i sintomi legati al dolore sono drasticamente ridotti.

Quanto CBD bisogna assumere perché abbia effetto?

Anche se non esiste una dose minima, è sempre buon consiglio consultare il proprio medico curante. Un recente studio indica che l’organismo umano può tollerare fino ad un massimo di 1500mg al giorno.

L’Onu rimuove la cannabis dalla lista dei narcotici più pericolosi

Approvata la raccomandazione dell’Oms per la marijuana a uso medico

L'Onu rimuove la cannabis dalla lista dei narcotici più pericolosi

La commissione per gli stupefacenti dell’Onu ha votato per rimuovere la marijuana a scopo medico dalla lista delle droghe più pericolose del mondo. Secondo quanto riferito dalle Nazioni Unite, la Commission for Narcotic Drugs, che ha sede a Vienna e comprende 53 stati membri, ha preso in considerazione una serie di raccomandazioni dell’Oms, tra cui quella di rimuovere la cannabis dalla Tabella IV della Convenzione Unica del 1961, dove era elencata insieme a sostanze come eroina e cocaina. Si tratta di una decisione attesa da tempo, che potrebbe aprire la strada ad un’espansione della ricerca sulla marijuana e sul suo uso terapeutico. Gli esperti dicono che il voto non avrà un impatto immediato sull’allentamento dei controlli internazionali, perché i governi avranno ancora giurisdizione su come classificare la cannabis. Molti Paesi, però, considerano le convenzioni globali come guida, e il riconoscimento dell’Onu è una vittoria simbolica per i sostenitori del cambiamento della politica sulle droghe.

“Un passaggio politico internazionale rilevantissimo che dovrà portare a sdoganare completamente sul piano internazionale la cannabis terapeutica e a slegare la regolamentazione della cannabis per uso ricreativo da quella di altre sostanze”. Lo scrive su Facebook il segretario di Più Europa, Benedetto Della Vedova. “L’Italia colga l’indicazione dell’Onu e tolga definitivamente le restrizioni proibizioniste e vessatorie che ancora impediscono a migliaia di malati di utilizzare e coltivare ad uso terapeutico la cannabis. Più in generale – prosegue Della Vedova – mentre nel Nord America la cannabis legale diventa la norma, portando più controlli sulle sostanze, facendo emergere nell’economia legale e tassata un business miliardario, in Europa solo il Lussemburgo sta superando il tabù proibizionista. Il punto non è più ‘se’ ma – conclude Della Vedova – ‘quando’ legalizzare”.

“La decisione di oggi toglie gli ostacoli del controllo internazionale, imposti dal 1961 dalla Convenzione unica sulle sostanze narcotiche, alla produzione della cannabis per fini medico-scientifici”. Lo dichiara Marco Perduca, che per l’Associazione Luca Coscioni coordina la campagna Legalizziamo! dopo la decisione dell’Onu. “Il voto è importante anche perché le raccomandazioni dell’Oms erano state elaborate sulla base della letteratura scientifica prodotta negli anni, in condizioni molto difficili. Finalmente la scienza diventa un elemento fondamentale per aggiornare decisioni di portata globale, come quelle delle Convenzioni Onu sulle droghe, non solo ai mutati scenari sociali e culturali ma anche alla luce del progresso scientifico”. Dei 53 Stati quasi tutti quelli appartenenti all’Unione Europea – ad eccezione dell’Ungheria – e alle Americhe hanno votato a favore, compresa l’Italia, raggiungendo la maggioranza di un solo voto, a quota 27. Gran parte dei paesi asiatici e africani, invece, si sono opposti. Questo cambiamento faciliterà la ricerca scientifica sulla la cannabis, nota per i benefici nella cura del Morbo di Parkinson, della sclerosi, dell’epilessia, del dolore cronico e del cancro.